Troppo spesso la nostra vita è legata alla seriosità. I doveri, gli obblighi, i precetti, siano essi d’ordine sociale oppure autoprodotti, assorbono la nostra attenzione, la nostra tensione a vivere il tempo della nostra permanenza sul nostro pianeta. Anche quando ci divertiamo (dal latino de-vertere = pensare ad altro), lo facciamo per obbligo sociale, per abitudine, per scaricarci, cioè farci assorbire da qualche altro interesse. Si tratta sempre di un fuggire da, pensare ad altro.

Il nostro vissuto , cioè come noi percepiamo il trascorrere della nostra vita, mostra spesso una situazione di profitti e perdite deficitaria, un bilancio di giornate negative che supera quello di giornate positive, le quali per di più sono spesso vissute con un senso di colpa (“Io sto qui a ridere e nel terzo mondo muoiono di fame”) o con rassegnato atteggiamento (“Domani si torna al solito tran-tran”).

 

Errori da evitare:

 

1) Vedere gli altri solo in termini di possesso e risultati materiali

Questo processo strisciante verso la seriosità (da non confondere con la serietà che è invece  atteggiamento indispensabile e sacrosanto per portare avanti con impegno e determinazione ogni nostro compito e progetto … altrimenti come avrebbe fatto Gandhi a portare l’India all’indipendenza dall’Impero Britannico?) , cioè l’essersi scrollati di dosso il fanciullo che siamo stati e che giace nel fondo del nostro cuore, è uno dei mali oscuri della nostra epoca.

Veniamo spesso educati a soffrire per conquistarci un posto nella vita; l’educazione alla gioia invece manca. E questa mancanza di gioia, questo decadimento dalla letizia alla cupezza è la conseguenza dei colpi inferti da parte di etiche laiche ma anche religiose che si sono susseguite nelle varie epoche.

Ed è paradossale che proprio le religioni, il cui scopo è quello della felicità e della beatitudine senza fine, a volte abbiano trasmesso proprio la cupezza della seriosità, ben lontana dalla perfetta letizia di un Santo Francesco, dallo spirito di humor di cui è piena la tradizione ebraica o  dalla soavità e poesia di un Rumi, il grande mistico dell’Islam. È chiaro che si tratta non tanto delle singole religioni nella loro essenza, ma di come gruppi di uomini esponenti di tali religioni, per motivi più o meno velati di potere, abbiano influenzato altri uomini dando false interpretazioni e quindi un cattivo esempio.

Spesso entriamo in relazione con gli altri in termini di possesso e di risultati materiali. Nella vita moderna e in questo mondo competitivo possiamo sentirci dei perdenti anche se siamo dei vincitori. Questo mette la persona in uno stato di notevole stress dovuto alla paura di perdere la sua posizione.

 

2) Farci schiacciare dall’ansia della competizione

Se qualcuno ci sorpassa può prodursi in noi un senso di vergogna e di depressione o sensazioni negative di inferiorità e invidia. Droga, alcolismo, gioco d’azzardo, violenza e disordini psicosomatici possono essere i diretti risultati di depressione e frustrazione.

Nella mia esperienza e storia personale, pur avendo vissuto in un ambiente che favoriva i grandi valori della rettitudine morale e della solidarietà, devo ammettere che la cultura dominante della competitività, abituata a misurare tutto in termini tangibili, mi ha condizionato pesantemente. È  una cultura che ha premiato maggiormente una intelligenza di tipo razionale, a scapito di una più riflessiva, analogica, intuitiva. In questa situazione conflittuale ci sono vissuto per decenni, all’inizio sentendomi un perdente e man mano prendendo sempre più coscienza del contrario. E questo grazie anche all’aiuto di quelli che definisco i “giardinieri” dell’anima, persone che sanno vedere la realtà e l’esistenza da altri punti di vista, sapendosi prendere anche un po’ in giro con una buona dose di sano umorismo. È da qui che è nata l’idea di costruire delle performance e degli spettacoli umoristici che aiutassero questo processo di presa di coscienza.

L’intero mondo predilige la “seriosità “, Spesso fin da bambini ci sentiamo dire dagli educatori: “Ma quando diventerai serio?”

C’è molta “seriosità “ nel mondo, negli ospedali, nei luoghi religiosi, nei luoghi di lavoro.

 

3) Evitare di esporci ad un eccessivo bombardamento di notizie negative da parte dei mass media

 

Giornali e programmi televisivi ci bombardano continuamente con notizie e opinioni negative che ci rendono sempre più insicuri e ci fanno sentire sempre più soli. Le nostre risate scompaiono giorno dopo giorno. A causa della nostra “seriosità “ il nostro senso dell’humor si sta deteriorando. Nel costume occidentale impera il riso satirico e aggressivo che è diventato fisiologico, grazie anche all’opera della televisione, che nel bel mezzo del nostro pranzo ci scodella cadaveri di varia provenienza, per passare con indifferenza, di colpo, alla crema di bellezza. L’aggressività e il cinismo che caratterizzano le nostre cronache ci assediano: in un clima così è giocoforza trascurare l’altra faccia della risata, quella gioiosa, fine, quella del corpo,  paradossale e iperbolica….quella del nostro bambino interiore.

 

4) Evitare eccessiva timidezza e nervosismo

Molto spesso le persone che mostrano al prossimo un volto perennemente serio hanno soltanto paura, e un’espressione austera ed imperscrutabile di frequente maschera timidezza e nervosismo.

È soprattutto la timidezza a impedire un rapporto facile con gli altri, mentre il riso ed il sorriso sono segnali di una personalità generosa, estroversa e cordiale.

Sebbene queste manifestazioni siano a volte associate alla frivolezza, quando sorridiamo ed esprimiamo apertamente la nostra felicità a livello fisico e cerebrale si verificano mutamenti ben poco frivoli; tutto il corpo si risveglia e la mente si rischiara.

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